La Felicità

di Fr. Epan


Al suo livello originale, come immacolato archetipo, l’Essere Umano era la FELICITÀ, era SAT CIT ANANDA (o SAT CHIT ANANDA, Essere Coscienza Beatitudine).

È nella logica della fisica spirituale che l’Essere Umano tenda a ricomporre questo suo primevo stato: ecco la Grande Opera, il Summum Bonum.

Questo  è possibile se ognuno di noi vuole imparare a gestire le sue molte esistenze così come gli intervalli esistenziali. “Gestire” è la padronanza dei nostri corpi, dei nostri veicoli, nella consapevolezza di essere il cocchiere, i cavalli, la carrozza nonchè il paesaggio stesso delle nostre scarrozzate.

Il Lama Tibetano Zopa Rinpoche, in una sua conferenza alla Columbia University nel lontano 1974, dice:

“Lo scopo centrale di tutte le religioni, di tutte le filosofie e di tutti i sistemi etici, deve essere (per avere valore) quello di insegnare una qualche maniera di alleviare le sofferenze fisiche e mentali degli esseri viventi. È loro dovere offrire profonde soluzioni al problema universale della sofferenza, poichè tutti i metodi applicabili dall’esterno (riti, esorcismi, sacramenti, dogmi, idoli) si sono rivelati inefficaci riguardo a questo”.

Se vogliamo possiamo sostituire il concetto di sofferenza con l’attuale problematica – oggi di moda – implicita nel concetto di “matrix” per avere una visione più completa e attuale del problema, sebbene da sempre la sofferenza, specialmente nella cultura induista e buddista,  sia legata al concetto di ignoranza, dovuta al velo di maya (illusione=matrix).

Se poi insistiamo a credere che la radice dei nostri problemi sia AL DI FUORI DI NOI STESSI allora, per sentirci sicuri, ci toccherebbe combattere continuamente contro innumerevoli nemici, e pedalare a vuoto, ma con foga, su di una bicicletta senza accorgerci che ha la catena a terra.

È cosa certa che fino a quando non avremo conseguito un METODO INTERIORE per far luce nella confusione della nostra mente agitata, continueremo a soffrire, anche in assenza di nemici esterni (che al massimo dovremo inventare!) ed a restare in un perpetuo stato di paura.

A conferma di quanto sopra, voglio citare anche un altro maestro indiano, Anthony Elenjimittam, padre domenicano che nel suo libro “Le Upanishad” scrive:

“Attraverso i labirinti delle religioni cerimoniali, dei dogmi e dei credo di preti e prelati, di diaconi e diaconesse, di sacerdoti e di sacerdotesse, si deve piano piano risalire fino a raggiungere i chiari ruscelli di acque che estinguono la nostra sete, libero il cuore umano dalla tirannia della paura e della disperazione, e giungere all’IO Universale.

Sarà soltanto entrando nel cuore di questo IO COSMICO, il SatCitAnanda, che l’uomo si renderà libero... alle vette del SÒ HAM – IO SONO QUESTO.

Dalle vette alte del SÒ HAM, vale a dire dalle vette della Consapevolezza, le Upanishad (Vedanta, il fine dei Veda) possono osservare la posizione dualistica di un DIO PERSONALE ed anche possono da questo DIO PERSONALE scendere ancora più in basso, sino alle religioni popolari di giustizia sociale, di carità altruistica, dei vari rituali”.

Conclude poi citando Lao-Tze (dal Tao Te King) e dice:

“L’Io cosmico delle Upanishad, è il Tao di Lao-Tze e... quando andò perduta la Visione del Tao, nacqua la carità, quando la religione della carità declinò sorse il senso di giustizia, quando svanì il senso di giustizia creebe il regno di Lì, che è l’attenuazione della lealtà, dell’onestà di cuore e che è l’inizio del Caos. “

Dice Anthony che Chuang-Tze, che è il principale esponente della psicologia taoista, a commento, così si esprime:

Quando TAO è perduto viene il TE,

Quando il TE è perduto viene la bontà umana,

Quando la bontà umana sparisce, sorge la religione della giustizia e

Quando la giustizia si perde, nascono i rituali.

I rituali sono la degenerazione della lealtà e della buona fede e segnano l’inizio del Caos nel mondo e del disordine.

Questa degenerazione delle somme religioni ha raggiunto i livelli infimi nel Kaly-Yuga.

Rama, Krishna, Budda e Gesù ci hanno indicato la via dell’AUTOREALIZZAZIONE... e noi ne abbiamo bisogno.

 SAT CIT ANANDA, cioè l’Assoluta Beatitudine dell’Eterno Presente, si presenta agli uomini soltanto nella sua polarizzazione trina, ovvero:

BENESSERE fisico-psichico-spirituale, passeggero e non autentico quando frutto solo di orgoglio soddisfatto, successo, rivalsa, dominio.

MALESSERE fisico-psichico-spirituale, frutto di paure, frustrazioni, brame, desideri, concupiscenze, avidità, in pratica di LEGAMI.

Poichè i problemi fisici derivano da quelli “mentali” e i nostri “pensieri” ci fanno star male, la soluzione non è smettere di pensare, bensì usare efficaci metodi interiori in modo da spazzar via tutte le negatività che sono sempre e solo frutto della nostra IGNORANZA (AVIDYA).

A questo proposito RAPHAEL dice:

“Ananda è beatitudine spontanea, non cercata. In essa non c’è l’io che vuole, che si appropria di qualcosa, che si esalta.

Nella gioia e nel piacere sensoriale c’è ricerca di godimento, c;e; programmazione, c’è aspettativa, esaltazione emotiva, sgravio di tensione. Nel piacere l’io si esalta, nella Beatitudine (Ananda) l’io si annulla.

Il piacere è autoappagamento, è l’effetto di precedente frustrazione; l’individuo in conflitto tenta di risolverla cercando il piacere di una illusione fugace di acquietare l’insoddisfazione.

Invece, nella ‘beatitudine senza oggettò non c’è dualità, non c’è conflitto, non c’è memoria; essa non è sgravio di tensione e può scaturire dalla semplice contemplazione di uno scroscio d’acqua, di un viso umano, di un riflesso di luna... ma si in questa contemplazione c’è un cercare qualcosa, un voler acquisire, un impossessarsi... allora l’incanto dell’Ananda sparisce ed emerge il piacere.

Dolore e sofferenza sono una grande forma-pensiero dell’Umanità però, con la comprensione, con la consapevolezza, con la Vidya, il dolore rivela il suo vero significato, quello di INSEGNAMENTO, di enorme aiuto... allora dolore e sofferenza divengono semplici indicatori stradali...”

KRISHNAMURTI:

“Siamo tutti impegnati nella ricerca del piacere, della felicità sotto ogni aspetto: sensoriale, intellettuale, culturale, il piacere di fare del bene, il piacere di una maggiore comprensione della vita ecc...

Il piacere è la struttura della società e senza di esso l’esistenza diventa ottusa, stupida, priva di significato.

Voi mi direte: perchè allora la vita non deve essere guidata dal piacere?

Per la semplicissima ragione che il piacere porta con sè il dolore, la sofferenza, la frustrazione, la paura e (per conseguenza) la violenza.

Se volete liberarvi dalla sofferenza, dovete conoscere la struttura del piacere. È il pensiero che crea e che sostiene il piacere ed è per mezzo del desiderio che gli dà continuità.

La nostra reazione naturale di desiderio ad ogni cosa bella è corrotta dal pensiero, perchè questi la trasforma in ricordo, che viene nutrito dal continuo pensarci.

Se potrete guardare un viso, un uccello, la bellezza di uno scroscio d’acqua scintillante o qualsiasi cosa che vi procuri gioia... senza il desiderio che poi si ripeta, allora sorgerà una gioia straordinaria.

È sempre la lotta per protrarre il piacere che si trasforma in sofferenza.

Non dovete pensare alla gioia, questa è qualcosa di immediato e, pensandoci, la trasformate in piacere.

Il pensiero può dargli una continuità, cioè quell’apparenza di durata che chiamiamo felicità ma, quando voi dite voglio rimanere nello stato di felicità, voi siete il pensiero, la memoria della precedente esperienza che chiamate piacere, che chiamate felicità.

Solo quando il pensiero abbandona se stesso, quando c’è la disciplina dell’abbandono (distacco=Vayraja) la mente si acquieta ed allora in questo stato di attenzione pura, nasce la Beatitudine che non si può tradurre in parole.”

THEARCOS:

“Il dolore è una strada, è il pungolo che spinge avanti l’Umanità; il dolore è il modo di raggiungere la Vera Felicità, Ma non confondete mai il dolore con il MALE perchè il dolore è sempre e comunque l’attuazione di una legge. Il male, al contrario, è la deviazione dalla legge.”

OSHO:

“La felicità (come viene comunemente intesa) comporta uno stato di infelicità, una rimembranza, un contrasto.

Anche la gioia, il piacere, hanno qualcosa che trabocca, qualcosa in tensione che necessita di essere liberato... e che deve scendere... ma la pace, la beatitudine è felicità senza traccia di infelicità.

Pace è felicità, non tensione.

Il piacere è un estremo, il dispiacere è l’altro.

La pace, la beatitudine, è un punto di trascendenza che ha la profondità del dolore e l’altezza della gioia.

Io sono convinto che ogni forma di piacere, come ogni forma di dolore, provengono dal corpo eterico (Pranamayakosa) e se cambi la suggestione, la stessa cosa che provocava piacere può invece provocare dolore.

Cambiando la suggestione, alla mente eterica, ogni cosa viene a cambiare.”

 

Potremmo concludere quindi affermando che la PACE è Sat Cit Ananda, quindi è Felicità perchè è CONSAPEVOLEZZA.

Consapevolezza come la luce stessa, non come l’oggetto illuminato; consapevolezza non diretta verso qualcosa... non ha nessun oggetto in essa; nulla può renderla impura.

SAT CHIT ANANDA sono i termini limite, il massimo che può essere detto, il limite di ciò che è esprimibile... da qui il primo tuffo nell’inespresso, nell’inesprimibile... ma sperimentabile.

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