LO YOGA

  

(di Brendon Fortune.)

 

Etimologicamente lo yoga deriva dalla radice Yuj (“aggiogare, unire, concentrare”), ed ecco che questo “legare”, questo “mettere sotto il giogo”, indica il lavoro dell’adepto , il quale dopo aver attuato un consapevole distacco dal mondo terreno, svolge con dedizione l’autodisciplina come “aggiogamento dei sensi”, per la cessazione delle cause della sofferenza ed il conseguimento della liberazione assoluta.

 

Da notare che nel pensiero indiano lo scopo del saggio non è il possesso della verità, ma la conoscenza della verità che qui assume una funzione “soteriologica”, in contrapposizione al significato di Filosofia in occidente. Per questo, sempre in relazione al pensiero indiano, forse si può parlare più correttamente di sistema filosofico-religioso.

 

Con il termine Yoga intendiamo un vasto insieme di tecniche variamente codificate, con lo scopo comune di indurre una trasformazione in chi le pratica.

Come è noto ad un occhio attento,  questa  evidente pluralità delle forme nello Yoga, rappresenta non soltanto il fervente fenomeno dell’attuale diffusione, il quale trova sfogo nel degenero delle mode culturali, dettato dalla modernità e dalla globalizzazione dei sistemi culturali, ma è una caratteristica riscontrabile anche nel pensiero “classico”.

 

Riguardo alla pluralità di quelle che possono essere considerate le manifestazioni periferiche dello Yoga, mi permetto di citare un passo dell’”Introduzione allo yoga classico” di Paolo Magnone:

 

“Esiste, accanto allo yoga “ortodosso” brahmanico, uno yoga buddista o jaina, yoga speculativo-filosofico, yoga popolare, magico, devozionale, mistico, esoterico, ecc.”.

 

Lo Yoga di Patanjali è il più conosciuto in occidente,  ci offre una prospettiva sistematica ed unitaria, rappresenta quello che viene definito convenzionalmente come “Yoga classico”, anche se, come ci ricorda Mircea Eliade: “lo yoga classico è una delle tante forme di yoga e niente affatto la prima e la più diffusa”.

 

Da precisare che Patanjali non è l’inventore di quel “sistema filosofico”, esposto nel trattato “Yoga Sutra” (.c.sec. II-III, o IV-VI d.C); come Patanjali stesso afferma, il suo personale apporto fu minimo, in quanto si limitò a pubblicare e correggere quelle che sono le tradizionali dottrine e tecniche antecedenti.

 

Gli studi tradizionali indiani identificavano Patanjali con l’omonimo grammatico vissuto nel III sec. a.C., ma studi filologici moderni hanno postdatato la redazione dell’opera ad un’epoca presumibilmente altomedievale.

 

Lo Yoga,  è uno dei sei differenti sistemi o “darcana” (vista, visione, comprensione, punto di vista, dottrina, ecc. dalla radice drc= vedere, contemplare, comprendere, ecc.) indiani ortodossi (ovvero tollerati dal bramanesimo diversamente dalle dottrine eterodosse come il buddismo e il jainismo), il che non coincide propriamente con “sistema filosofico” nel senso occidentale del termine.

Patanjali indica allo “yogin” gli 8 stadi (o arti) dello Yoga, “l’ottuplice disciplina” rappresenta una scala di “tappe”, che oserei definire graduale-ascensionale, che conduce all’unione con il “Paramatma” (energia universale); questi stadi sono:

 

Yama (precetti negativi) , Nyama (precetti positivi), Asana (posture), Pranayama (controllo del respiro), Pratyahara (raccoglimento), Dharana (concentrazione), Dhyana (meditazione), Samadhi o “en-stasi” ( il contrario di “ek-stasi”, unione del meditante con l’oggetto della meditazione).

 

E’ interessante notare il carattere “magico” dello yoga, in quanto lo scrupoloso Yogin che pratica l’autodisciplina, realizzando i cosiddetti “freni” (es. “non uccidere”, “non mentire”, non “rubare”, “astinenza sessuale”, “non essere avaro”), acquisisce una forza di carattere magico (Siddhi), ed è esortato ad ignorare anch’essa, poiché potrebbe accrescere l’ego, l’orgoglio, la vanità, tutte qualità che ostacolano il cammino dell’Adepto verso la realizzazione del Sé.

 

La purificazione fisica, in particolare la pratica del “Samyama” (le ultime fasi dello Yoga: dharana, dyana, samadhi), ad esempio, conduce lo Yogin ad oltrepassare i limiti dei cinque sensi, appropriandosi così di poteri “occulti”, come la chiaroveggenza, divinazione del pensiero, potenziamento dell’udito, ricordo delle vite anteriori, rendersi invisibile agli altri, “non esistendo più contatto diretto con la luce degli occhi, il corpo scompare” (Y.-S, III, 20), ecc..

 

Lo yogin che persegue la strada della conoscenza di sé e della liberazione assoluta non deve lasciarsi tentare da questi “poteri miracolosi”, da questa condizione di perfezione condizionata dal divino.

John Woodroffe, meglio noto con lo pseudonimo Arthur Avalon, in un passo del suo trattato sulla dottrina dei “cakra”, sembra spiegare bene questo rapporto micro-macrocosmico, intercorrente nella scala ascensionale:

 

L’indù dice che tutti i poteri (Siddhi) sono attributi (Aishvarya) del Signore Ishvara, o Coscienza Creativa, e che secondo il grado di coscienza realizzato dal Jiva egli ha la sua parte dei poteri inerenti al grado di coscienza raggiunto.”.

(“Il potere del Serpente- Arthur Avalon – febbraio 2002 ed.mediterranee– p.23).

 

Tornando al trattato di Patanjali, possiamo scorgere un doppio sistema magico-mistico: magico poiché si basa sulle forze e l’autodisciplina dello Yogin nel percorrere il cammino ascensionale, mistico perchè devozionale, in quanto prevede la concentrazione nel Dio Icvara, il quale ricambia l’”Icvarapranidhana” (devozione verso Icvara), provocando il Samadhi o Enstasi.

 

Con il terzo stadio o “membro”: Asana (postura) viene a delinearsi sempre più quella che è la tecnica dello Yoga.  Patanjali afferma che “Asana” è ciò che è saldo e piacevole”. E’ evidente che questa posizione “immobile” imita una condizione “archetipica” - non umana, che rifiuta gli opposti, l’esterno, come lasciarsi domare dagli stati di coscienza, ecc. Una volta realizzato l’Asana giungiamo conseguentemente (gerarchicamente) al “Pranayama”, l’arresto dell’inspirazione e dell’espirazione, controllo mediante il quale lo Yogin riuscirà a penetrare i diversi stati di coscienza, raggiungendo quello che può definirsi un “sogno lucido”.

 

Lo yoga, così come il “Samkhya” e il “Vedanta”, hanno attinto influenze dai più antichi testi esoterico-religiosi, i cosiddetti Veda, lasciatici dalla popolazione nomade di guerrieri/allevatori/pastori, gli Arya.

Il termine sanscrito “Veda”, indica il “sapere”, la “conoscenza”, “saggezza”.

I veda sono quattro raccolte di inni in sanscrito: il più antico è il RigVeda (1500-1000 a.C.), le altre tre coprono i 500 secoli successivi e sono:Yajur-veda, Samaveda e Atharva-veda.

 

Il samkhya (“discriminazione”) è la forma più antica di “darcana” secondo la tradizione indiana, e consiste nel dissociare lo spirito (purusa) dalla materia (prakrti).

 

Lo yoga e il samkhya mostrano in parte tratti comuni, nel senso che sono entrambi realistici, ammettendo l’esistenza reale del mondo, a differenza del Vedanta, che mostra una concezione idealistica e mistica, con l’introduzione del concetto di “Maya” (illusione).

 

Una chiara comparazione si trova nel testo: “ Lo Yoga, Immortalità e Libertà” di M.Eliade (p.24): “Per il Samkhia e lo Yoga, il mondo è reale,  (non illusorio come, ad esempio, per il Vedanta). Tuttavia, se il mondo esiste e dura, lo deve all’”ignoranza” dello spirito, le innumerevoli forme del Cosmo, come i loro processi di manifestazione e di sviluppo, esistono solo nella misura in cui lo spirito, il Sé (purusa) si ignora e,  per questa ignoranza di ordine metafisico, soffre ed è reso schiavo.”

 

E’ qui evidente il conseguente distacco del saggio indiano dal mondo profano (mondo dei fenomeni, vita, cosmo, famiglia, società, ecc.) considerato come illusorio, doloroso, effimero.

 

Risulta evidente il concetto secondo cui  l’ignoranza, portando a confondere l’Adepto, tra ciò che rientra nel campo psicomentale, con ciò che invece riguarda lo spirito (purusa), sia il fattore primo di infelicità, come si evince dal trattato Yogasutra II, 5, “l’ignoranza consiste nel considerare ciò che è effimero, impuro, doloroso, e non spirito, come se fosse eterno, puro, beatitudine e spirito.”

Si cercano così risposte riguardo al nesso purusa-prakrti.

 

Secondo lo Yoga e il Samkhia il problema rimane, a meno che l’adepto non si sia spogliato dalle catene che lo ancorano alla condizione umana, poiché l’uomo, limitato dalla sua conoscenza mentale, “intelletto” (buddhi), non può afferrare realtà “altre”, come le speculazioni circa la causa e l’origine del nesso tra purusa e prakrti, tra spirito ed esperienza, ecc. Sono cose che, secondo la tradizione, molto probabilmente si può giungere ad “intuire” attraverso una “rivelazione” o conoscenza del Sé.

 

E ancora citando una parte dell’”Introduzione allo yoga classico” di Paolo Magnone: “Solo il saggio è salvo, perché ha reciso la radice dell’ignoranza e dissolto il miraggio, attingendo la suprema discriminazione tra Spirito e Natura”.

 

Nel periodo tardovedico, caratterizzato da mutamenti sociali, economici, politici, compreso tra il VII e il VI sec. a.C., vuoi per un’insoddisfazione filosofico-religiosa, assistiamo alla nascita di nuove correnti di pensiero, più articolate e complesse dei Veda. Indipendenti dalla tradizione vedica abbiamo così le religioni “eterodosse”, protratte fino ai giorni d’oggi, come il Buddismo e il Jainismo. Sempre nello stesso periodo, tra le nuove correnti di pensiero “ortodosse”, saranno prese in considerazioni le Upanishad o “Vedanta” (“fine dei Veda”), trattati in prosa che si presentano come commento ai Veda. Ed è nelle Upanishad che troveremo quei concetti fondamentali della filosofia indù (l’anima universale o “Brahman”, l’anima individuale o “Atman”).

 

Tra le più importanti “Upanisad Yoga” abbiamo la Yogatattva, la Dhyana-bindu e la Nadabindu. In queste Upanisad viene messo in risalto il carattere sperimentale (non solo contemplativo) dello Yoga, ai fini dell’unione micro-macrocosmica, Atman-Brahman, in quanto per giungere alla liberazione, lo Yogin deve adottare una tecnica fisiologica-mistica o “sottile”.

 

E’ evidente che non si può parlare di Yoga in senso assoluto.

In netto contrasto con lo “Yoga per tutti”, proprio delle palestre o della letteratura “New-age”, influente nella modernità, lo yoga “classico”, come abbiamo visto,  rappresenta una tecnica ascetica ed “elitaria”, se non “Esoterica”,  per liberarsi dalla schiavitù terrena, disciplina che peraltro preclude insegnamenti rigidi.

 

Il saggio o l’asceta che ha avuto la “rivelazione del dolore” come legge esistenziale, potrà raggiungere la “liberazione assoluta” mediante requisiti indispensabili, “non facili”, come ad esempio: l’isolamento, lo scioglimento, l’estinzione.

 

Nell’attualità lo Yoga classico ha evidentemente subito la “de-metafisicizzazione”, il “Samadhi”, non rientrando nei traguardi dello “yoga facile” o “fai da te”, viene completamente ignorato, se non considerato come un qualcosa di facoltativo, mentre viene messo in risalto l’aspetto empirico dello Yoga, le posture Asana e la respirazione.

 

Ai fini di comprendere queste trasformazioni dello Yoga, da ieri ad oggi, è importante sapere come avvengono le “traduzioni delle tradizioni”. Lo yoga dell’attuale letteratura divulgativa filtra attraverso l’ambiente esoterico-occultista europeo di fine ‘800. Ecco che questo poliformismo dello Yoga (bhaktiyoga, karmayoga, kriyayoga, rajajoga,  hatayoga, layayoga, mantrayoga, jnanayoga, ecc.), non si può ridurre ad un sistema unitario, ma rappresenta più propriamente una storia dei discorsi sullo Yoga, nati in precisi contesti, per diversi motivi, ecc.

 

 

Bibliografia:

 

Storia dell’India – Michelguglielmo Torri

Gli aforismi sullo Yoga (Yogasutra) – Patanjali

Yoga – Fra Storia, salute e mercato – Federico Squarcini, Luca Mori

Lo Yoga, Immortalità e libertà -  Mircea Eliade

Il potere del serpente – Arthur Avalon

 

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